Tutto è pubblicato. Ovvero il bello di chiappare lo straccino.

Ci sono cose importanti, cose che a dirle stravolgerebbero le convinzioni pastello dei fumettari incalliti, il panorama conosciuto di un disegno che anche sul web s’abbiocca e non osa – che ronfa sui soporiferi allori del micro-consenso, degli applausi formichini, delle faccine emoticone. Che non osa la conquista del mondo – l’applauso scrosciante o la pernacchia. (Presenti esclusi, chiaro).

Ma non ora.
In fondo è solo una settimana che siamo online.
Poco più di una settimana è mica tanto (tuffati online senza prima cesellare, attendere, accumulare autori e tavole che permettessero a Coreingrapho di sopravvivere con agio, sdraiarsi spocchioso sul triclinio del webbe, scadenzare con sufficienza post programmati per almeno un semestre di pacchia).

Capo, i conti separati!

Alla fine, però, si fanno due conti:

  • Nove coreingraphi pubblicati
  • Decine di link e attestati di stima e fiducia
  • Centinaia di commenti
  • Un picco di mille e passa contatti giornalieri durante i primi giorni – e poi più o meno stiamo lì
  • Gli abbonati al feed crescono pian piano (ché quelli son più difficili)
  • E soprattutto: molti autori si sono lasciati infinocchiare e stanno producendo capolavori

Please gimme crap I can understand

Le vigne tradotte in inglese

Come se non bastasse, grazie allo splendido lavoro di JD, son già tre le vigne con traduzione in inglese. Fatemi il nome di altri fumetti italiani contemporanei tradotti in inglese. Su. Aspetto. Toccherà dare più evidenza a questo bilinguismo – ma ancora non abbiamo chiaro come.

Sìssì lasò colla testa

E’ vero quello che ha scritto Marco, e che – miracolo! – al contrario di altre cose sue (eh eh eh) non è diventata obsoleta una settimana dopo la sua pubblicazione. Mi disturba ammetterlo ma è così:

«CoreIngrapho, come tante altre cose nell’esperienza di molti, sembra nascere da una chiacchierata superficiale tra amici: invece pone radici in un’esigenza consistente e condivisa. CHE NON È (già vi vedevo che facevate sìssì lasò colla testa) quella di creare web-comics con la stessa potenza sanguigna della narrativa naïf che trabocca dalla blogosfera. A questo scopo tanti si son già aperti un blog per i cazzi loro e, bene o male, risponde alla bisogna».


Calcinculo, Firenze 2003

L’esigenza che muove Coreingrapho non è quella di pubblicare fumetti. Chi se ne frega di pubblicare. A pubblicare, son buoni tutti. Addirittura oggi tutti possono far da soli. Ti apri un blog e pubblichi – appunto. Mica, artista come sei, avrai bisogno di qualcuno ti tenga la manina! Ti pubblichi come dici tu, con i tuoi tempi, le tue paturnie, il tuo pubblico così a te simile da sembrare te da un altro IP. Pubblicare – il vecchio pubblicare tematico o esordiente – fa così tanto secolo scorso che, alla parola, sembra di sentir il tloc sordo della posta pneumatica e il fruscio del dittafonista. Ma oggi, ad alzare gli occhi: laddove prima il privato era pubblico, oggi è pubblicato. E’ già pubblicato. Pubblicare e basta – pubblicare come lo si è inteso finora – non serve più.

Un calcinculo alla pubblicazione e spingi che si chiappa lo straccino

Eppure in un mondo dove tutti i fumettari pubblicano già e comunque sé stessi ci vuole un luogo d’incontro. Un posto dove tutti questi pubblicatori in solitaria possano andare quando escono di casa. Per rendersi conto che, toh!, ci sono anche altri pubblicatori solitari. Una cosa tipo:

  • Un parco giochi attrezzato per bambini.
  • Una casa di riposo per anziani.
  • Una festa di carnevale permanente, con tanto di maschera e anonimato
  • Un calcinculo che gira a chiappar inutile straccino (che soddisfazione però! e vale un altro giro!)
  • Un circolo con lap dance cui esibirsi soprattutto per far vedere come si fa bene la spaccata alle colleghe
  • Un centro di pub-rehab dove disintossicarsi. Dalla pubblicazione. Dal dover pubblicare le cose che piacciono ad altri.

Ci siamo capiti, essù.

La email è sempre la stessa (e le regole pure), è roba di fede, è inutile che troppo ci pensi: info@coreingrapho.com

Info su Antonio S.

Scrive, consuma, crepa. Qui è una specie di editore farlocco che fa il bastian contrario per contratto e indole. Innamorato del fumetto da sempre (ma non sa disegnare nemmeno una linea storta) e del web da pure. Editor di Webgol.it (suo blog principale) e Spindoc.it.
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6 risposte a Tutto è pubblicato. Ovvero il bello di chiappare lo straccino.

  1. vittorio scrive:

    vi leggo nei miei feed. non mi ricordo chi è che me lo ha segnalato.
    complimenti!

  2. TYN scrive:

    quoto:
    “Fatemi il nome di altri fumetti italiani contemporanei tradotti in inglese. Su. Aspetto.”

    …Eccomi! :-)

    http://www.hamletoilcriceto.blogspot.com
    http://www.hamletothehamster.blogspot.com

    E poi ci sono:

    - Dragon Messiah
    http://dragonmessiah.altervista.org

    - Bonny-Ed
    http://bonny-ed.blogspot.com

    - Singloids
    http://singloids.com
    http://singloids4en.wordpress.com

    …e al momento non me ne vengono in mente altri.

  3. makkox scrive:

    @tyn
    e vabè, ma si parlava di fumetti dai…
    ci hai messo bonny-ed!!!

    e allora vale tutto, pure le scritte nel cesso dell’autogrill di caianello.
    (hehehehe)

  4. Ted scrive:

    Visto che siamo stati tirati in ballo da TYN approfitto per esplicitare il mio pensiero. Volendo osare la conquista del mondo, la versione in lingua inglese delle strisce dovrebbe essere una scelta obbligata. Questo per noi è stato chiaro ancor prima di produrre la prima stircia di Singloids e ha portato alla scoperta che, anche se l’hai studiato a scuola, anche se ogni tanto qualche libro in lingua originale te lo leggi, anche se ti sei fatto una discreta ossatura da traduttore dilettante dall’inglese all’italiano, tradurre dall’italiano all’inglese “non è facile per un cazzo”. Soprattutto se devi far ridere. E se fai fumetti aggratis, non è detto che trovi un bravo traduttore che lavori altrettanto aggratis.

    Noi abbiamo optato per una scelta autarchica di traduzione fatta in casa, ma per quanto mi sembri di aver fatto un lavoro dignitoso il dubbio che non sia abbastanza buono e rischi addirittura di essere controproducente rimane.

  5. jd scrive:

    mi permetto di rispondere (anche) io.
    nonostante le revisioni infinite, l’occhio di chi ha vissuto negli states e di chi invece è stato in terra d’Albione, il dubbio persiste. sempre. e questo perché qui non parliamo di una traduzione bella semplice, ma tre assieme: l’italiano dell’autore, inglese inghilterra e inglese states.
    la nostra scelta, mia e di chi lavora con me, è stata di seguire la filosofia “shultz quando faceva i peanuts se sbatteva altamente del mercato brasiliano”.
    quindi estemo rispetto per la grammatica e lo slang, ma se l’autore voleva dire A e in inglese A non esiste, non mettiamo B per accontentare. piuttosto, una nota a margine.
    ma anche no.

  6. makkox scrive:

    Infatti il problema è tradurre la comicità, non le parole o i concetti.
    far ridere è un’alchimia delicata. la comicità USA è un paspartout perché s’è calibrata in un paio di centinaia d’anni su di un pubblico eterogeneo per cultura (parlo degli ammerigani che venghino dappertutto).
    quindi prima di tradurre in inglese o americano, tocca anche pensare, se non come loro, con la stessa ampiezza d’efficacia.

    ok, ok, anche l’humor inglese è altrettanto ad ampio spettro.

    a me singoloids piace, per dire.
    non vorrei fosse passato il messaggio sbagliato.

    ma a leggere Bonny Ed gli americani ridono, però non per quello che pensa Ed.
    (hehehe… stavolta s’incazza)
    (e ridiamo)

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